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29 Settembre 2020

Nuovi mestieri e un modello di formazione che produce occupazione

di Pietro Cum.

I giovani si affacciano al mondo del lavoro in ritardo, con le idee confuse e un profilo professionale poco spendibile. Le aziende hanno un urgente bisogno di nuove competenze, che il mondo della formazione eroga col contagocce. Se il sistema non cambia, per interi settori produttivi non ci sarà nessuno sviluppo, almeno in Italia.

Oggi come non mai il mondo del lavoro ha bisogno di nuove competenze. L’innovazione tecnologica e la globalizzazione della conoscenza stanno cambiando le regole del sistema e l’industria 4.0 ha già modificato il contesto produttivo, richiedendo esclusivamente professionalità su misura.

Si crea, così, un paradosso sociale nel quale i giovani disoccupati non hanno le competenze necessarie per essere avviati al lavoro e gli studenti non le stanno acquisendo.

Il nostro sistema scolastico e formativo non è di fatto in grado di sostenere la domanda occupazionale, perché è inattuale. La scuola superiore italiana trasmette un’ottima formazione generale, ma non riesce ancora ad orientare i giovani alla scoperta dei propri talenti e a metterli in contatto con le aziende e le professioni del futuro. In più, la preparazione scientifica e la conoscenza delle lingue sono al di sotto degli standard internazionali. L’università è spesso la fotografia di un tempo che non esiste più: percorsi antiquati, distanti dalla realtà e percentuali di laurea ben al di sotto della media OCSE (soltanto il 18% contro il 37%).

In generale il periodo di studio dura troppo a lungo: tra scuole superiori, lauree triennali e magistrali (dove un terzo degli studenti è fuori corso), dottorati e master, un giovane si affaccia al mondo del lavoro a partire dai 25 anni, svolgendo lavoretti, stage e apprendistati, per arrivare alla fatidica soglia dei 30 anni con un curriculum striminzito e senza ancora le idee chiare su cosa fare “da grande”.

Infine, la formazione per chi già lavora: non soltanto le aziende non trovano profili adatti, ma subiscono una costante “obsolescenza professionale” in capo ai propri operai ed impiegati, che spesso sono fermi alle conoscenze che avevano quando sono stati assunti.

La verità è che la formazione in Italia è ostaggio delle nozioni e non riesce a trasformarle in esperienza: gli studenti sono considerati contenitori da riempire, mentre le aziende hanno bisogno di persone con capacità tecniche pratiche ed immediatamente fruibili e dotate di competenze trasversali per saper leggere le situazioni e operare scelte secondo criterio.

Una soluzione concreta…

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